Valutazione dei rischi

Movimentazione manuale dei carichi: quando il problema non è il peso ma la frequenza

“Ma sono solo scatole leggere” è una frase molto comune in tanti ambienti di lavoro. Magazzini, supermercati, officine, attività alimentari, logistica, cantieri: spesso il rischio da movimentazione manuale dei carichi viene associato esclusivamente ai grandi pesi mentre le attività considerate “leggere” tendono a essere sottovalutate.

Eppure, in molti casi, il problema principale non è il peso del singolo carico, ma la frequenza con cui quel gesto viene ripetuto durante la giornata lavorativa. Infatti movimentare continuamente piccoli colli, cassette, utensili o materiali può generare nel tempo un sovraccarico importante per muscoli, articolazioni e colonna vertebrale, anche quando il peso sembra modesto.

Pensiamo, ad esempio:

  • all’addetto di un supermercato che rifornisce scaffali per ore;
  • al magazziniere che prepara ordini movimentando continuamente pacchi da pochi chili;
  • all’operatore ortofrutta che sposta cassette per tutta la mattinata;
  • al tecnico manutentore che trasporta ripetutamente attrezzature e materiali durante gli interventi.

In tutte queste situazioni il singolo gesto può sembrare “normale” ma la ripetizione continua dell’attività può aumentare significativamente il carico biomeccanico quotidiano.

Perché il rischio non dipende soltanto dal peso del carico

Quando si parla di movimentazione manuale dei carichi l’attenzione si concentra quasi sempre sul numero dei chili sollevati. Nella realtà operativa però il rischio ergonomico dipende da molti altri fattori che spesso vengono sottovalutati. Un lavoratore che solleva una scatola da 4 o 5 kg per centinaia di volte durante il turno può essere esposto a un affaticamento importante, soprattutto se l’attività viene svolta con ritmi elevati, senza pause adeguate, in spazi ristretti, con posture incongrue, effettuando torsioni del tronco o lavorando frequentemente fuori dalla zona ergonomicamente favorevole.

Le attività lavorative in cui il problema è spesso nascosto

Si tratta di una situazione molto diffusa in numerosi settori lavorativi come:

  • logistica e magazzini;
  • grande distribuzione;
  • ortofrutta e alimentare;
  • officine e laboratori;
  • cantieri;
  • attività di picking e preparazione ordini;
  • cucine professionali e ristorazione.

Nel settore della logistica, ad esempio, capita frequentemente che il peso del singolo collo non sia particolarmente elevato ma che il lavoratore debba effettuare centinaia di prelievi durante il turno. Nella grande distribuzione, invece, il rischio è spesso legato alla continua attività di riempimento scaffali, soprattutto quando i prodotti devono essere presi da pallet bassi o collocati sopra l’altezza delle spalle. Anche nelle attività alimentari il problema può essere meno evidente di quanto sembri. Un addetto che movimenta continuamente cassette di frutta, contenitori, ingredienti o materiali di lavoro può accumulare nel tempo un importante livello di affaticamento muscolare.

Per questo motivo il rischio da movimentazione manuale non dovrebbe mai essere valutato considerando soltanto il “peso elevato”.

Frequenza, ripetitività e affaticamento: cosa succede realmente nel lavoro quotidiano

La frequenza dei movimenti rappresenta quindi uno degli elementi più importanti nella valutazione ergonomica.

Anche un carico relativamente leggero può diventare critico quando:

  • viene movimentato molte volte durante il turno;
  • richiede movimenti rapidi e ripetitivi;
  • obbliga a torsioni del tronco;
  • viene sollevato lontano dal corpo;
  • comporta posture incongrue;
  • si svolge senza pause o recuperi adeguati;
  • viene gestito in ambienti poco ergonomici o disordinati.

È proprio la somma dei movimenti ripetuti che può favorire nel tempo: lombalgie; affaticamento muscolare, disturbi a spalle e collo, problematiche a polsi e gomiti, sovraccarico articolare e tendineo o disturbi muscolo-scheletrici correlati al lavoro.

Uno degli aspetti più critici è che queste situazioni tendono spesso a essere normalizzate. Se il singolo gesto non appare “pesante” il rischio può passare inosservato sia ai lavoratori sia all’organizzazione aziendale. In molte aziende il lavoratore si abitua gradualmente all’affaticamento quotidiano considerandolo una parte inevitabile dell’attività: questo porta spesso a intervenire soltanto quando iniziano a comparire dolori persistenti o limitazioni funzionali.

Organizzazione del lavoro ed ergonomia: perché fanno la differenza

Per questi motivi la prevenzione non deve riguardare soltanto la forza fisica del lavoratore ma anche l’organizzazione del lavoro.

Piccoli miglioramenti organizzativi possono contribuire concretamente a ridurre il sovraccarico biomeccanico. Ad esempio:

  • organizzando meglio le aree di stoccaggio;
  • limitando i prelievi continui da terra;
  • evitando depositi sopra l’altezza delle spalle;
  • utilizzando carrelli o ausili di supporto;
  • alternando le attività più ripetitive;
  • riducendo trasporti manuali non necessari;
  • prevedendo pause e recuperi adeguati.

In un magazzino, ad esempio, posizionare i prodotti più movimentati nelle fasce ergonomicamente favorevoli può ridurre sensibilmente flessioni e torsioni ripetute. In un supermercato, invece, una migliore organizzazione dei rifornimenti può limitare attività continuative particolarmente ripetitive nelle ore di punta.

Naturalmente ogni situazione deve essere valutata in base alla specifica attività lavorativa e alle reali condizioni operative presenti in azienda.

Il quadro normativo e le indicazioni tecniche sul sovraccarico biomeccanico

Questa attenzione verso frequenza, posture e ripetitività non è soltanto una buona prassi organizzativa ma rappresenta un aspetto centrale anche nella normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro.

Il D.Lgs. 81/2008 dedica infatti il Titolo VI alla movimentazione manuale dei carichi, richiamando la necessità di valutare tutte quelle attività che possono comportare rischi da sovraccarico biomeccanico, in particolare per la colonna vertebrale e l’apparato muscolo-scheletrico. La norma non si limita quindi al semplice “peso del carico” ma considera l’insieme delle condizioni in cui il lavoro viene svolto.

L’articolo 167 definisce la movimentazione manuale come l’insieme delle operazioni di trasporto o sostegno di un carico effettuate da uno o più lavoratori, comprese azioni come: sollevare, deporre, spingere, tirare, portare, spostare un carico.

La normativa evidenzia che il rischio può derivare non soltanto dal peso ma anche dalle caratteristiche dello sforzo fisico richiesto, dalle posture assunte e dalle condizioni ergonomiche del lavoro. Nella pratica quotidiana questo significa che il rischio può essere presente anche in attività apparentemente ordinarie, soprattutto quando i movimenti vengono ripetuti continuamente durante il turno.

L’articolo 168 impone inoltre al Datore di Lavoro di adottare misure organizzative e mezzi adeguati per ridurre la necessità di movimentazione manuale da parte dei lavoratori, soprattutto quando esiste rischio di patologie da sovraccarico biomeccanico.

Anche le principali metodologie ergonomiche utilizzate in ambito HSE, come i criteri NIOSH, le norme ISO della serie 11228 e le linee guida INAIL sul sovraccarico biomeccanico. Queste considerano non soltanto il peso del carico, ma anche frequenza dei movimenti; durata dell’attività; postura; distanza del carico dal corpo; organizzazione del lavoro; tempi di recupero.

Questo significa che due attività con lo stesso peso movimentato possono avere livelli di rischio completamente differenti a seconda di come il lavoro viene svolto.

Cosa considerano le metodologie ergonomiche come OCRA e ISO 11228

Anche le pubblicazioni tecniche INAIL dedicate al sovraccarico biomeccanico e alla movimentazione manuale dei carichi evidenziano come il rischio ergonomico non dipenda esclusivamente dal peso movimentato, ma anche dalla frequenza dei gesti, dalla durata dell’attività, dalle posture adottate e dai tempi di recupero.

In particolare, il documento INAIL Schede di rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nei comparti della piccola industria, dell’artigianato e dell’agricoltura richiama l’importanza di analizzare le reali modalità operative con cui le attività vengono svolte, soprattutto nei contesti caratterizzati da movimentazioni ripetitive e ritmi elevati. La pubblicazione, sviluppata con riferimento alla metodologia OCRA e alla UNI ISO 11228-3 relativa alla movimentazione di bassi carichi ad alta frequenza, considera infatti fattori determinanti nella valutazione del rischio elementi come:

  • frequenza di azione;
  • carenza di periodi di recupero;
  • posture incongrue;
  • applicazione di forza;
  • durata giornaliera del lavoro ripetitivo.

Lo stesso documento evidenzia inoltre che le schede e gli strumenti di valutazione non possono sostituire l’osservazione diretta delle lavorazioni e delle concrete modalità operative adottate dai lavoratori.

Per questo motivo la valutazione del rischio ergonomico richiede sempre un’analisi concreta delle condizioni di lavoro reali e non soltanto del peso teorico dei materiali movimentati.

Perché osservare la frequenza dei movimenti è fondamentale

Nella movimentazione manuale dei carichi, la domanda corretta non è soltanto:

Quanto pesa?” ma anche: “Quante volte viene movimentato durante la giornata?

Osservare la frequenza dei movimenti, i ritmi di lavoro e l’organizzazione delle attività aiuta a comprendere meglio rischi che spesso, proprio perché quotidiani, tendono a essere sottovalutati.

In molte realtà lavorative il sovraccarico biomeccanico non nasce da un singolo sforzo eccezionale, ma dalla ripetizione continua di gesti apparentemente normali che, nel tempo, possono aumentare l’affaticamento e incidere sul benessere muscolo-scheletrico dei lavoratori. Per questo motivo è importante che la valutazione ergonomica tenga conto delle reali modalità operative, dei tempi di recupero e dell’organizzazione concreta delle attività, senza limitarsi esclusivamente al peso teorico dei materiali movimentati.

(fonte immagine: Freepik) 

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In molte attività il problema non è il singolo peso elevato, ma la ripetizione continua di movimenti che nel tempo possono aumentare il sovraccarico biomeccanico e l’affaticamento dei lavoratori.

  • Analisi delle attività di movimentazione manuale e dei movimenti ripetitivi
  • Valutazione ergonomica delle condizioni operative e organizzative
  • Supporto nell’individuazione di misure migliorative e buone prassi


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Lavoratore in magazzino movimenta un carico su transpallet durante attività di logistica e movimentazione manuale dei carichi

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