Sicurezza sul lavoro
Rischi organizzativi: quando il problema non è il singolo lavoratore
Quando si verifica un infortunio o un evento grave, la prima reazione è spesso cercare l’errore del singolo: una distrazione, una manovra sbagliata, una scelta imprudente. In realtà, nella maggior parte dei casi, il comportamento del lavoratore rappresenta solo l’ultimo anello di una catena più lunga, costruita dall’organizzazione del lavoro.
I cosiddetti rischi organizzativi infatti non sono sempre immediatamente visibili, ma incidono in modo determinante sulla sicurezza reale. Turni, carichi di lavoro, procedure, tempi, coordinamento e vigilanza possono trasformare un’attività apparentemente sicura in un contesto ad alto rischio. Comprendere e gestire dunque questi aspetti è uno dei passaggi più delicati – e spesso sottovalutati – della prevenzione.
Cosa si intende per rischi organizzativi
Il rischio organizzativo nasce da come il lavoro è progettato, gestito e controllato, non dal singolo gesto tecnico.
Si manifesta quando l’organizzazione del lavoro:
- impone tempi incompatibili con l’esecuzione in sicurezza delle attività
- assegna compiti senza adeguate risorse, strumenti o supporto
- tollera prassi scorrette perché “si è sempre fatto così”
- riduce o frammenta la vigilanza operativa
- non aggiorna procedure e istruzioni operative
- non garantisce un coordinamento efficace tra ruoli, reparti o imprese
In questi contesti, anche un lavoratore formato, esperto e consapevole può essere spinto ad adottare comportamenti non sicuri.
Il quadro normativo: perché la responsabilità è organizzativa
Il D.Lgs. 81/2008 attribuisce un ruolo centrale all’organizzazione del lavoro come fattore di prevenzione.
In particolare:
- art. 15: la prevenzione è un sistema di misure generali integrate, non un insieme di azioni isolate;
- art. 18: il datore di lavoro deve organizzare il lavoro in modo sicuro e vigilare sull’applicazione delle misure;
- art. 28: la valutazione dei rischi deve considerare tutti i rischi, compresi quelli derivanti dall’organizzazione del lavoro;
- art. 29: la valutazione dei rischi è un processo dinamico, da aggiornare in caso di modifiche organizzative.
Il messaggio normativo è chiaro:
se l’organizzazione è carente, il rischio è già presente, anche prima che qualcuno commetta un errore.
Quando l’organizzazione crea rischio: esempi concreti
Rischi organizzativi: cantieri e lavori temporanei
- sovrapposizione di attività senza adeguato coordinamento;
- pressione sui tempi di consegna;
- frequenti cambi di squadre e subappaltatori;
- vigilanza discontinua o solo formale.
In questi contesti, l’errore del singolo è spesso la conseguenza di una gestione frammentata e reattiva.
Logistica e magazzini
- ritmi di lavoro elevati e pause ridotte;
- turnazioni notturne o prolungate;
- utilizzo promiscuo di spazi da parte di mezzi e pedoni;
- procedure conosciute ma non applicate per “fare prima”.
Qui il rischio nasce dalla normalizzazione della deviazione.
Sanità e assistenza
- carenza strutturale di personale;
- sovraccarico fisico e mentale;
- gestione delle emergenze in condizioni di stress;
- formazione teorica non accompagnata da addestramento operativo.
Il rischio organizzativo incide direttamente sulla sicurezza degli operatori e sulla qualità dell’assistenza.
Industria e produzione
- macchine sicure sulla carta, ma utilizzate in modo improprio per esigenze produttive;
- manutenzioni rimandate;
- bypass delle protezioni;
- addestramento insufficiente in caso di cambi turno o nuove linee.
Perché puntare solo sul “comportamento sicuro” non basta
Molti modelli di prevenzione si concentrano esclusivamente sul comportamento del lavoratore.
Questo approccio è parziale e insufficiente.
Un comportamento non sicuro è spesso:
- indotto da tempi irrealistici;
- favorito da istruzioni ambigue;
- tollerato dall’organizzazione;
- reso “normale” dal contesto operativo.
Senza intervenire sulle cause organizzative, la formazione rischia di diventare formale e la vigilanza puramente reattiva.
Il ruolo del DVR nella gestione dei rischi organizzativi
Il Documento di Valutazione dei Rischi non può limitarsi ai soli rischi tecnici. Deve fotografare come il lavoro viene svolto realmente, includendo anche:
- carichi di lavoro e ritmi operativi
- turnazioni e orari
- presenza o assenza di presidio
- modalità di coordinamento
- interferenze tra attività
- situazioni di lavoro non standard
Un DVR che ignora questi aspetti può essere formalmente corretto, ma inefficace sul piano prevenzionistico.
Prevenire i rischi organizzativi: leve concrete
Alcune azioni ad alto impatto:
- analizzare gli scostamenti tra procedure scritte e lavoro reale
- coinvolgere preposti e lavoratori nell’individuazione delle criticità
- pianificare i turni tenendo conto della fatica e dei tempi di recupero
- rafforzare la vigilanza operativa, non solo documentale
- aggiornare il DVR a ogni modifica organizzativa significativa
Quando un infortunio viene spiegato solo con “errore umano”, spesso si sta semplificando un problema complesso.
Nella maggior parte dei casi, il vero fattore di rischio è a monte: nell’organizzazione del lavoro.
Riconoscere e gestire i rischi organizzativi significa passare da una prevenzione difensiva a una prevenzione strutturale, capace di incidere davvero su sicurezza, salute ed efficienza aziendale.
Approfondire i rischi organizzativi significa progettare il lavoro prima che accada l’errore.
Sul nostro sito trovi un percorso dedicato alla sicurezza sul lavoro che parte dall’analisi dell’organizzazione reale delle attività e arriva alla definizione di misure di prevenzione concrete e applicabili.


